Il Santo Fondatore Marino

 

Secondo la leggenda, lo Stato di San Marino fu fondato nel 301 d. C. da un tagliapietre, di nome Marino, proveniente da Arbe, isola della Dalmazia.

La vita del Santo Fondatore
"Nell’anno 257 dell’era cristiana, al tempo in cui le persecuzioni contro i cristiani diventavano sempre più aspre, gli imperatori romani Diocleziano e Massimiano decisero di ricostruire la Città di Rimini, distrutta da Demostene re dei Liburni. Allo scopo, mobilitarono architetti, muratori e operai specializzati da ogni parte dell’Impero. Fra questi, giunsero a Rimini dalla Dalmazia Marino e Leone, e si distinsero subito per la loro perizia nella lavorazione della pietra oltre che per le loro eccezionali virtù morali.
Poco tempo dopo, Leo e Marino vennero inviati sul Monte Titano ad estrarre la pietra. Vi rimasero per tre lunghi anni. Dopo questo periodo Leo si trasferì sul Monte Feretro, che poi prenderà il nome di San Leo, mentre Marino fece ritorno a Rimini. Qui rimase per dodici anni e tre mesi, lavorando alacremente e dedicandosi a predicare il Vangelo e a combattere l’idolatria, così la sua fama di uomo virtuoso e santo accrebbe e raggiunse anche la sua terra natia.
Il demonio allora, sommamente contrariato, suggerì a una donna, originaria della Dalmazia come Marino, di raggiungerlo a Rimini e di farsi passare pubblicamente per sua legittima sposa. Respinta fermamente dal sant’uomo, la donna decise di rivolgersi al governatore romano per ottenere giustizia. Timoroso delle possibili conseguenze, Marino si rifugiò sulle pendici del Monte Titano, dove rimase per 12 mesi nascosto in una grotta gelida e impervia, nutrendosi solo di bacche e dedicandosi alla preghiera. Ma un giorno venne individuato da alcuni pastori e di nuovo fu raggiunto e insidiato dalla donna ‘indemoniata’.
Marino, barricatosi nel suo rifugio, rifiutò di incontrarla e, finalmente, dopo sei giorni, la donna, rinunciando ai suoi propositi, fece ritorno a Rimini dove morì subito dopo aver confessato le sue inique menzogne.
Marino, scagionato da ogni accusa, decise comunque di rimanere sul Monte Titano per vivere in perfetto eremitaggio e si stabilì sul crinale dove costruì una cella p er sé e una piccola chiesa che dedicò a San Pietro.
Ma un giovane, Verissimo, figlio di Felicissima, la domina romana proprietaria del Monte, non tollerando la presenza dell’eremita sulla sua proprietà, lo raggiunse intimandogli minaccioso di abbandonare subito il luogo. Marino per scongiurarne ogni atto di violenza pregò allora il Signore di fermare Verissimo, il quale cadde improvvisamente a terra paralizzato negli arti e nella parola.
Felicissima, informata dell’accaduto, si precipitò con il suo seguito al cospetto del Santo eremita per implorare la guarigione del figlio, promettendogli in cambio tutto ciò che avesse domandato. Marino raccomandò ai presenti di convertirsi alla vera fede e chiese di poter disporre di una piccola porzione del monte per la propria sepoltura. Felicissima acconsentendo promise in dono a Marino e ai suoi successori il Monte e i territori limitrofi perché ne usufruissero in perpetuo. Marino allora toccò Verissimo che, subito risanato dalla sua improvvisa infermità, insieme alla madre e a cinquantatré membri della sua famiglia ripudiò l’idolatria e si convertì al Cristianesimo.
Nel frat tempo la fama delle virtù di Marino e di Leo si era talmente diffusa che il Vescovo San Gaudenzio, giunto a Rimini, lì convocò per ringraziarli del loro apostolato, consacrando Leo sacerdote e nominando Marino diacono.
Tornato nella sua umile dimora Marino scoprì nel suo orticello un ferocissimo orso che stava divorando il somaro che lo aiutava nei lavori giornalieri. Indignato Marino legò alla macina l’orso che domato svolse da quel momento in poi le usuali mansioni dell’asino ucciso.
Mentre Leone passava a miglior vita, Marino continuò così a vivere nel suo romitorio dove alternava il lavoro alla preghiera e dove rimase fino alla sua morte, avvenuta il terzo giorno di Settembre, circondato dall’affetto e dalla venerazione della piccola comunità dei suoi seguaci che gli diede sepoltura nella chiesa da lui stesso edificata.

 

 

Il culto e la fortuna

Il racconto della vita di Marino, così come qui presentato, è tratto da la “ Vita Sancti Marini ”, un testo agiografico di età alto-medievale che, per quanto fantasioso e poco congruente con i dati di un'attendibile ricostruzione storica, può essere considerato fra le più antiche ‘fonti documentali’ che attestino la nascita della libera comunità di San Marino.
Infatti, l’autore ignoto della Vita, forse traendo ispirazione da una tradizione più antica o forse propenso ad assecondare le esigenze di una piccola comunità con aspirazioni libertarie, fa risalire a Marino il possesso del Monte Titano e delle terre immediatamente limitrofe, che costituiranno prima il territorio del libero Comune e poi quello della Repubblica indipendente.
Così Marino non è soltanto il “Protettore” della Repubblica ma è soprattutto il suo “Fondatore”, come ribadisce un’altra ormai consolidata tradizione che attribuisce al Sa nto, in procinto di lasciare la vita terrena, le famose parole « Relinquo vos liberos ab utroque homine »: parole queste che la storiografia apologetica ha assunto nel corso degli ultimi secoli a fondamenta della libertas sammarinese.
La valenza simbolica del Santo Marino è dunque al contempo religiosa e civile. Grazie a questa sua duplice connotazione, il culto e la devozione di cui è fatto oggetto permea da sempre la vita e le principali istituzioni dello Stato sammarinese, ne informa le tradizionali cerimonie e caratterizza le sue principali festività civili.
Il 3 settembre di ogni anno, giorno che la liturgia dedica alla venerazione di San Marino, viene convenzionalmente celebrato dalla comunità sammarinese come “Festa di Fonda zione della Repubblica” con un solenne cerimoniale che si svolge prima all’interno della Basilica del Santo e poi nel Palazzo Pubblico alla presenza delle maggiori autorità civili e religiose e con grande concorso di cittadini. Ancora oggi, come nei secoli passati, in occasione della nomina semestrale dei nuovi Capitani Reggenti, i membri del Consiglio Grande e Generale, prima della formale votazione nell’aula consiliare, ricorrono alla “ispirazione” del Santo e di nuovo il Santo viene invocato dai Capitani Reggenti nel solenne giuramento proferito all’atto della loro investitura.

Prove tangibili della devozione e della “fortuna” che hanno da sempre accompagnato la figura del Santo Marino sono le numerose opere grafiche, pittoriche e scultoree a lui dedicate nel corso dei secoli che si conservano in Repubblica. Accanto a quelle di artisti più noti e quotati, quali ad esempio il forlivese Francesco Menzocchi, Girolamo Marchesi da Cotignola, il guercinesco Bartolomeo Gennari, e il celebre Pompeo Batoni, generalmente commissionate per adornare le chiese, i palazzi pubblici e le dimore gentilizie più sontuose, nel nostro territorio si trovano altrettante raffigurazioni del Santo di minore qualità estetica e artistica, interpretazioni di anonimi artisti locali, spesso dal carattere ingenuo, che testimoniano la vera “devozione” e l’autentica “affezione” al Santo protettore e fondatore".

(Testo di Anna Simoncini, Direttore Musei di Stato)

Nella galleria fotografica che segue sono pubblicate immagini relative alla iconografia del Santo Marino. Le seguenti opere: "San Marino", di Bartolomeo Gennari, "San Marino benedice la città" di Gian Francesco Barbieri (il Guercino), "San Marino incontra Felicita", "San Marino allontana la donna che lo tenta", "San Marino incontra Verissimo" (decori di soffitto) di Ignoto Riminese, "San Marino risolleva la Repubblica" di Pompeo Batoni, "San Marino (che regge il monte Titano) del Ghirlandaio, "La Madonna in gloria con i Santi Marino, Antonio Da Padova, Francesco e Chiara" di Giovan Battista Urbinelli, sono di pertinenza della Direzione Musei di Stato. La pubblicazione di eventuali riproduzioni deve quindi essere autorizzata da tale istituto.

 

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